Se il tema centrale di questi giorni è quello del terrorismo rosso delle Brigate che hanno assassinato Aldo Moro e gli agenti della scorta, nelle aule del tribunale di Bologna si parla invece di terrorismo nero, dei Nar e della strage di Bologna.

L’esplosione, che la mattina del 2 agosto 1980 sventrò l’ala Ovest della stazione bolognese, uccise 85 persone e ne ferì altre 200. Sono passati trentotto anni e il tribunale del capoluogo emiliano porta alla sbarra Gilberto Cavallini, un ex membro dei Nar, estremista neofascista e già condannato per diversi omicidi perpetrati dal suo gruppo. Ha 65 anni ed attualmente è in regime di semilibertà per altri reati, mentre i responsabili dell’attentato alla stazione di Bologna sono statti tutti già processati e hanno scontato la pena per intero. Questi saranno citati come testi sia dall’accusa che dalla difesa nel nuovo processo che vedrà appunto Cavallini come imputato. Tuttavia, due di loro, Fioravanti e Mambro, che come gli altri continuano a dichiararsi innocenti, avevano all’epoca detto di avere un alibi di ferro: avevano infatti sostenuto di trovarsi proprio con Cavallini la mattina dell’attentato e non a Bologna ma Padova. Questa prova non fu chiaramente ritenuta attendibile e adesso diventa uno degli elementi su cui il pm baserà il suo impianto accusatorio.

È la prima volta che Cavallini viene formalmente accusato di aver avuto un ruolo nella strage. Infatti nei precedenti procedimenti era stato alla sbarra per la sola accusa di banda armata che gli era costata 10 anni di reclusione. La Procura aveva già avviato delle indagini sul suo conto, ma ogni volta si erano tutte concluse con l’archiviazione.

Stavolta però i pm alla luce di una lettura combinata delle nuove sentenze ritengono di avere gli elementi per portare Cavallini in giudizio. Così, infatti, il pm Enrico Cieri: «Siamo arrivati in ritardo e di questo ci scusiamo, tuttavia il tempo trascorso non fa venir meno il dovere giuridico e morale di accertare i fatti e le responsabilità, anche a distanza di anni». Parla davanti alla Corte d’Assise, con la richiesta di far combaciare tutti i pezzi che porteranno a una possibile condanna di Cavallini, anche alla luce di nuove testimonianze come quella del capo di Forza Nuova Roberto Fiore, all’ora alla guida del gruppo Terza posizione di cui faceva parte proprio l’ex Nar.

L’imputato non è presente alla prima udienza, ma fa sapere per bocca del suo legale, l’avvocato Alessandro Pellegrini, che continuerà a professarsi innocente ed è pronto ad affermarlo in aula quando sarà chiamato a deporre. A discarico di Cavallini i suoi legali indicano la pista palestinese, interpretazione alternativa della strage che fu rifiutata nelle sentenze definitive sui fatti. I difensori dell’estremista chiedono che tali sentenze vengano rilette con spirito critico, alla ricerca proprio di quegli elementi che, secondo loro, scagionerebbero Cavallini.

Il processo riprenderà la prossima settimana e sarà l’ennesimo a partire con il proposito finale di cercare una verità molto più complicata di come appare.