L’epidemia che stiamo vivendo uccide ogni giorno centinaia di persone. L’Italia è in cima alla classifica tra tutti i Paesi nel mondo per numero di morti accertate e per quello dei ricoveri in terapia intensiva. Le immagini che vediamo quotidianamente sono eloquenti: gli ospedali in difficoltà, i medici, gli infermieri, i sacerdoti deceduti parlano da sé.

L’opinione pubblica percepisce il pericolo e il costo che stiamo pagando a causa del nuovo coronavirus. Meno chiaro e meno percepito sembra sia invece il prezzo che questa pandemia comporterà in termini economici e sociali.

La Banca d’Italia e l’ufficio studi di Confindustria stimano che, per ogni mese di chiusura generalizzata delle imprese, si perdono fino a 100 miliardi di euro; se dunque si immagina una riapertura a fine maggio, il buco sarà già giunto a circa 300 miliardi.

Nel prossimo futuro c’è poi da mettere in conto un crollo nei flussi del turismo estivo, che vale il 5% del nostro PIL: ci costerà non meno di 100 miliardi di euro.

Le misure che si sono rese necessarie a causa dello stop (cassa integrazione e sostegno alla disoccupazione) e al potenziamento della sanità renderanno indispensabile il reperimento di fondi per una cifra che si aggira tra i 30 e i 50 miliardi di euro.

Sommando tutte queste spese, dunque, arriviamo a una somma complessiva di 430/450 miliardi di euro, utili per far fronte alla ormai prossima crisi economica e sociale.

Dunque, come e dove trovare queste risorse, considerato che sarà molto difficile ottenere l’emissione dei cosiddetti Eurobond che il nostro governo chiede ormai da tempo? A quanto si apprende, la decisione sarà adottata dai capi di Stato e di governo che si riuniranno il prossimo 23 aprile.

Possiamo tuttavia fin d’ora rilevare un aspetto non secondario, che non sarà sfuggito ad un attento osservatore. Basta infatti leggere con attenzione il comunicato finale dell’ultima riunione del Consiglio europeo, laddove si scrive che «si possono realizzare nuovi strumenti finanziari per superare la crisi del coronavirus, a condizione che gli stessi siano coerenti con il trattato istitutivo della UE».

Se questo è il contenuto del comunicato ufficiale sottoscritto da tutti i capi dei governi europei, allora è facile prevedere che l’esecutivo tedesco avrà buon gioco, il prossimo 23 aprile, nel far presente - ancora una volta – che gli Eurobond, non essendo coerenti con i trattati, non possono essere emessi. Né – mi pare di poter osservare – ci sono le condizioni per cambiare i trattati.

Esiste allora una prospettiva per dotare la UE di risorse finanziarie proprie? È possibile cioè che ogni Stato rinunci a parte delle sue imposte e tasse, trasferendo alla UE la gestione e l’incasso di alcuni tributi, creando così le condizioni per una gestione più elastica del bilancio comunitario? È possibile che i Paesi membri decidano di cedere parte della loro sovranità in questo settore? Ahimè, non credo proprio!

La riforma del bilancio e della fiscalità nella UE necessita infatti di tempi lunghi.

Cosa fare allora per reperire al più presto 400-450 miliardi di euro, necessari a contenere la drammatica crisi che si profila all’orizzonte?

Il Fondo Monetario Internazionale prevede un crollo del PIL italiano pari al 9,1%, mentre altre istituzioni fanno previsioni ancora peggiori, indicando l’Italia come Paese fanalino di coda in Europa. È necessario però tener presente alcune caratteristiche del nostro sistema, di cui spesso si sottolineano solo gli aspetti negativi.

Se è vero che l’Italia è in Europa il Paese con il debito pubblico più pesante (2.330 miliardi di euro), è altrettanto vero che rappresentiamo lo Stato con il patrimonio immobiliare più rilevante (oltre 1.500 miliardi di euro). Ancora, l’Italia è seconda al mondo per capacità di risparmio: la ricchezza privata degli italiani è stata valutata in 4.374 miliardi di euro.

Il nostro Paese inoltre dispone del sistema bancario più forte e più efficiente d’Europa, grazie alla grande riforma realizzata dal 1990 al 1998 con la regia della Banca d’Italia allora guidata da Antonio Fazio, diversamente da quanto sostengono taluni parlamentari sprovveduti e ignoranti.

Considerata la macchinosità delle norme inserite nell’ultimo decreto approvato dal governo, tenuto conto delle difficoltà applicative dello stesso avendo riguardo al ruolo della SACE, mi pare si possa registrare che al momento le due uniche proposte finalizzate a reperire risorse vere per difendere, sostenere e rilanciare il tessuto produttivo del nostro Paese siano quelle suggerite dal prof. Giovanni Bazoli (presidente emerito di Intesa Sanpaolo) e dall’on. Antonio Patuelli (presidente dell’Associazione bancaria italiana):

  1. da un lato il prof. Bazoli propone un prestito non forzoso finanziato dagli italiani, garantito da beni immobili dello Stato, con una emissione di titoli a 30 anni;
  2. dall’altro, l’on. Patuelli suggerisce un’emissione di titoli con uguale scadenza, esentati inoltre da imposte presenti e future, sottoscritti dai risparmiatori italiani.

Per il successo di entrambe queste due iniziative occorrerebbe che il governo italiano ricevesse dalla BCE (il cui vicepresidente Fabio Panetta, già Direttore Generale della Banca d’Italia, rappresenta una garanzia per il nostro Paese) l’impegno all’acquisto di questi titoli senza limite.

Risultato, a parer mio, non impossibile.

Queste dunque le due possibili strade da intendere come soluzioni praticabili e alternative rispetto a quanto suggerito, senza molta convinzione, da alcuni partiti, che propongono tasse patrimoniali, ulteriori imposte sui redditi superiori agli 80.000 euro, oltre ad un prelievo generalizzato sui conti correnti.

Luigi Grillo
già Senatore della Repubblica