Debutta oggi presso la Borsa di Wall Street (New York) l’agenzia di mobilità urbana Uber. L’azienda, nata nel 2009 a San Francisco, in pochi anni ha cambiato il trasporto di numerose città ma non solo, stravolgendo il mercato su gomma dei taxi e confrontandosi con la politica, la società e le normative vigenti. Anche in Italia infatti sin dal 2014 Uber è osteggiato ed escluso da alcuni servizi.

Non solo trasporto urbano; l’azienda ha saputo ampliarsi e diversificare, cambiando ceo e strategia per aprire poi ramificazioni nel mercato della logistica, delle bici, dei monopattini elettrici e persino del cibo a domicilio. Il prezzo di collocamento di Uber è di 45 dollari per azione (inferiore rispetto alle aspettative), vendendo 180 milioni di titoli e raccogliendo sin da subito più di 8 miliardi di dollari, raggiungendo da subito una valutazione di 17 miliardi circa (comunque al di sotto dell’obbiettivo prefissato dallo scorso anno di 120 miliardi). Nel 2018 le perdite sono calate del 16% a 1,8 miliardi di dollari, cessioni escluse. I ricavi sono cresciuti del 43% a 11,4 miliardi di dollari. Nel 2018 l’azienda poteva contare su 91 milioni di utenti in 63 Paesi.

L’offerta pubblica iniziale (in inglese Ipo, Initial public offering) dell’azienda si posiziona comunque tra le migliori della storia, raggiungendo la quattordicesima posizione, e risultando la più grande azienda tech statunitense dopo Facebook nel 2012. Il record appartiene ad Alibaba, presente in Borsa dal 2014, con il prezzo delle azioni fissato a 68 dollari, permettendo una raccolta immediata di 21 miliardi di utili. Segue in classifica Softbank, fondo giapponese e primo investitore in Uber.

L’ingresso in Borsa conferma ulteriormente l’importanza del colosso americano, donandoli una nuova veste di credibilità davanti al mercato e a quei paesi ancora refrattari verso il suo inserimento.