Un Paese diviso e litigioso su tutto, dalla politica all'economia, dalle infrastrutture alla giustizia. Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, spiega in una intervista a "Il Mattino" che in effetti siamo in una fase delicatissima, è venuta meno la fiducia delle imprese e di chi lavora. «Ecco perché bisogna cambiare rotta, ridando certezze a chi investe in questo Paese. E alcune soluzioni immediatamente praticabili, come quelle che abbiamo proposto noi di Confindustria, sono già da tempo sul tappeto».

E continua «Convergere sugli obiettivi comuni è fondamentale per fare crescere il Paese. Ci vuole una crescita economica sostenuta tenendo conto che abbiamo, da una parte, un elevatissimo debito pubblico e, dall'altra, una fase di vera e propria recessione dell'industria italiana. Ci vogliono più consumi per rilanciare il mercato interno e per farlo bisogna aumentare le buste paga dei lavoratori. Lo dicono anche i politici.» 

«Un lavoratore prende mille euro al mese e ne costa 2.500 all'azienda. Lui guadagna troppo poco e costa eccessivamente al datore di lavoro, mentre lo Stato incassa una parte cospicua di quei soldi. Dobbiamo mettere più denaro in tasca ai lavoratori, garantendo però la competitività delle aziende. Ecco perché gli industriali da tempo sono disponibili a una revisione del cuneo fiscale. E poi bisogna rilanciare gli investimenti pubblici e privati: gli incentivi per gli investimenti in innovazione e tecnologia erano e restano fondamentali, cosi' come e' necessario far ripartire l'edilizia e le grandi opere»

Ora è in arrivo lo sblocca cantieri. «Mah, io noto che sui cantieri stanno ancora a discutere su come riaprirli, ognuno dà la responsabilità a chi ha amministrato precedentemente: se si sbloccassero le opere già finanziate per 26 miliardi, si avrebbe un aumento del Pil dell'I per cento per i prossimi tre anni»

Il presidente rileva che «Questo Paese non sembra più appetibile agli investimenti stranieri. Purtroppo in questo momento mancano la fiducia e la certezza delle regole. E qui si innesta il problema della giustizia. Non è possibile che si cambino le regole in corso d'opera, torniamo alla realtà: piedi per terra e buon senso».

«Lo dico a tutti, nessuno escluso. In questo momento so bene che la politica singolarmente è convinta che bisogna trovare delle soluzioni ma nella pratica, nei fatti le cose stanno diversamente. Il guaio e' che questo Paese e' continuamente in campagna elettorale, dai Comuni alle Regioni, dalle politiche alle Europee. Ma e' anche vero che nessuno finora ha avuto il coraggio di cambiare veramente le regole del gioco».

E aggiunge « O si fanno le riforme per cui chi vince governa, o andremo avanti così all'infinito e questo Paese diventerà sempre di più un Paese ingovernabile». E, riferendosi alla legge elettorale, dice: «Sì, bisogna mettere in condizione la coalizione che vince di poter governare per tutto il mandato previsto dalla Costituzione. Ovvero per 5 anni. Se non andrà bene la si manda a casa e si dà spazio ad un'altra coalizione».

C'è tuttavia anche un problema di ostilità preconcetta nei confronti dell'impresa, specie se di medie e grandi dimensioni. Secondo il presidente« Noi assistiamo ad una contraddizione tutta italiana. Da una parte abbiamo la più grossa voglia di intraprendere e di fare impresa, dall'altra la più ampia contrarietà a permetterlo. Esiste una cultura anti-impresa molto diffusa, anche in larghi strati della politica. Ma l'impresa e il manifatturiero sono le leve decisive per la crescita: bisogna che si torni a parlare di lavoro e di occupazione perché le priorità sono queste»

La Lombardia, continua, «è sempre la locomotiva del Paese, ecco perché diciamo che bisogna creare le condizioni per sostenere e accrescere le eccellenze produttive che creano lavoro e sviluppo. Se si ferma la Lombardia si ferma l'Italia, se va bene la Lombardia va bene anche al Mezzogiorno. La crescita serve anche a compensare le diversità sociali aumentate in questi ultimi anni: ma è la povertà che bisogna combattere, non la ricchezza» e conclude « Le diversità sociali non si risolvono con il Reddito di cittadinanza ».