È lo spread italiano sopra i 300 il tema che Mario Draghi affronta con più enfasi nella sua conferenza stampa, accogliendo diverse domande dai giornalisti presenti. L’allarme lanciato dal capo della BCE riguarda il nostro Paese sotto più aspetti: le banche, le famiglie, le imprese, la crescita in generale dell’Italia. Secondo l’eurogovernatore è meglio che Roma «abbassi i toni» sull’euro, e che giunga a un accordo con la Commissione Europea. Non mancano - ovviamente - le repliche del governo italiano.

Il ministro agli Affari europei Paolo Savona risponde che «non c’è alcun dubbio» sul fatto che l’esecutivo non cambierà nulla nella manovra, rinviando il testo «tale e quale» a Bruxelles. Anche il vicepremier Matteo Salvini si dice propenso a un accordo, «ma sulle nostre posizioni», e Luigi Di Maio risponde che «il problema dello spread non è legato alla manovra ma alla paura dei mercati che il Paese possa uscire dall’euro». Secondo alcuni senatori pentastellati, «se i mercati stanno prezzando la possibile uscita dall'euro è perché ogni giorno da parte dei commissari europei e, ci duole dirlo, anche del governatore della Bce, arrivano attacchi all'Italia».

Uno spazio - quello riservato all’Italia all’interno della conferenza stampa per l’abbandono del quantitative easing - che mancava dai tempi più bui della crisi greca. Mario Draghi non usa mezzi termini e dipinge una situazione assai allarmante, specie nel caso di un governo che tende a rendere burrascosi i rapporti con la Ue. Il governatore della BCE si dice «fiducioso che un compromesso si possa raggiungere», ma sui contenuti si allinea a quanto affermato dal commissario Valdis Dombrovskis, «dobbiamo applicare le regole di bilancio, ma stiamo anche cercando il dialogo».

Secondo Draghi, nelle sue parole non ci sono altro che «fatti»: lo spread «che sta facendo salire i tassi, anche se ancora moderatamente, che famiglie e imprese devono pagare per prendere in prestito dalle banche, con un impatto sul credito, alla fine sulla crescita e su quello stesso spazio di manovra di bilancio». Inoltre, i 380 miliardi di Btp posseduti dalle banche «perdendo valore intaccano il capitale». Fa capolino nelle parole di Draghi anche l'ipotesi che si arrivi a diversi tagli dei rating fino al “junk”, che chiuderebbe alle banche la liquidità ordinaria erogata dalla Bce proprio come successo alla Grecia.

Certo, fino a pochi giorni fa lo stesso governatore rassicurava sul fatto che l’instabilità italiana non avesse ancora contagiato altri Paesi, ma proprio in queste ore Draghi parla di «un certo aumento dei tassi in alcuni Paesi periferici dell'Eurozona, un aumento non importante, ma che c’è». Il consiglio di Draghi è dunque quello di far calare lo spread, «abbassando i toni e non mettendo in discussione la cornice esistenziale e costituzionale dell'euro».

Riguardo alla possibilità che la Bce continui a supportare in maniera anche più incisiva l’Italia, Draghi si mostra categorico: «Finanziare i deficit non è nel nostro mandato». Sul resto, sembra che la strada della BCE non subirà deviazioni: addio al Qe da gennaio in poi, reinvestimenti dei bond in scadenza con modalità da decidere a dicembre. «Non abbiamo parlato di un'estensione» del Qe al prossimo anno, precisa Draghi, nonostante assicura che la politica monetaria potrebbe non irrigidirsi troppo nei prossimi tempi.