In Italia si muore sul lavoro come 50 anni fa. Secondo i dati Inail nel 2017 sono state 11 le vittime in meno rispetto al 2016 (1.029 nel 2017 e 1040 nel 2016), purtroppo nei primi mesi del 2018 siamo a 212 morti sul lavoro 22 in più rispetto allo stesso periodo del 2017 per un triste +12%.

A questo risultato l’Osservatorio indipendente di Bologna ha aggiunto anche le vittime non coperte da assicurazione aggiornando il macabro conto a 13.350 morti nel 2017 e 221 da gennaio 2018. Il dato si attesta su quasi due decessi al giorno con un aumento di quasi 25 punti percentuali in più rispetto a dieci anni fa (nel 2008 erano 174). Il trend non stupisce gli economisti poiché si inserisce in quel macabro rapporto tra la crescita del Pil, l’aumento della produzione e del numero di decessi sul lavoro.

Non si dovrebbe morire sul posto di lavoro, ma la precarietà dei contratti, la ricerca continua di manodopera poco qualificata e la scarsa attenzione dei datori di lavoro per la sicurezza porta a rischi sempre maggiori per i lavoratori. È stato questo uno degli slogan che i sindacati hanno lanciato il primo maggio, Festa del lavoro, per denunciare la scarsa propensione delle aziende a parlare di sicurezza.

E poi c’è lo Stato che non controlla o non ha i mezzi per controllare. Se si analizzano i dati dell’ispettorato nazionale del lavoro emerge una falla di inefficienza derivante dalla scarsità di consulenti che riducono drasticamente la prevenzione da tali tragedie. In Italia ci sono circa 2.100 ispettori del lavoro a fronte di 4 milioni 300 mila imprese, controllarle tutte radicalmente per evitare la piaga del lavoro nero e della scarsa sicurezza è in impresa impossibile.

Dal primo gennaio 2017 è entrato in vigore il nuovo Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) istituito dal Jobs Act nel 2015 che dovrebbe raggruppare al suo interno gli ispettori ministeriali dell’Inps e dell’Inail. Una mossa sacrosanta che si è scontrata con i classici intoppi burocratici e amministrativi italiani come l’incapacità di condividere dati tra i diversi istituti o l’equiparazione delle indennità tra i funzionari del ministero con quelli dell’Inps e dell’Inail (pur svolgendo lo stesso lavoro percepiscono indennità differenti).

I risultati di questo caos (creatosi anche grazie allo stallo politico postelettorale) sono tragici: 160.347 imprese ispezionate (16% in meno rispetto allo scorso anno) di cui il 65% presentava irregolarità. 253 mila lavoratori non regolari, 48 mila totalmente in nero e ben 1 miliardo e 100 milioni di euro recuperati dai contributi evasi.

«Praticamente un'azienda su due ispezionata ha lavoratori in nero: un campanello d'allarme fortissimo», ha dichiarato Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil. «Il nuovo Ispettorato ha purtroppo molte lacune da colmare. Molti ispettori non hanno i rimborsi o devono usare i mezzi pubblici se devono spostarsi per chilometri. Quando invece ci sarebbe bisogno di più controlli per avere più sicurezza e meno morti». D’altronde se si controllano solo 4 aziende su 100 la maggior parte degli imprenditori irregolari può dormire sonni tranquilli.

Come spiegano alcuni ispettori del lavoro ‹‹Solo i cantieri edili sono di nostra competenza per quanto riguarda i controlli sulla sicurezza. Se entriamo in un negozio, in un'azienda metalmeccanica o chimica dobbiamo limitarci a controllare se i contratti dei dipendenti sono in regola, se vengono pagati tutti i contributi previdenziali e assicurativi. Ma se ad esempio ci viene segnalato dai dipendenti un ambiente di lavoro insalubre o vediamo palesi manchevolezze nel rispetto delle norme sulla sicurezza possiamo solo fare segnalazioni ad Asl e Regioni››. Riguardo i rimborsi e la sicurezza, Mario, ispettore del lavoro del Nord Italia dichiara: «Ci viene rimborsato solo un quinto del costo della benzina e percepiamo un'indennità, se siamo fuori città, di 80 centesimi all'ora. E non è un lavoro facile. Rischiamo anche fisicamente. Non siamo attrezzati ai turni flessibili nelle nuove fabbriche 4.0, figuriamoci alle nuove professioni come i ciclofattorini della Gig Economy. Eppure di noi ci sarebbe molto bisogno. Non solo per scongiurare le morti sul lavoro. Ma anche per garantire il sistema pensionistico: 8 volte su 10 riqualifico i lavoratori somministrati come dipendenti perché lavorano 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana, per 4 settimane al mese. Ma quali somministrati? E così anche per il nero oramai diffuso ovunque. Se tutti pagassero tasse e contributi, risolveremmo molti problemi a fisco e previdenzaı».