Domani sarà la Festa dei Lavoratori, ma saranno diverse centinaia di migliaia le persone che si recheranno regolarmente ad esercitare le loro mansioni. Una volta il primo maggio era un momento di festa per tutti e gli unici lavoratori attivi erano quelli collegati a servizi essenziali (medici, infermieri, trasporto pubblico ecc) o al settore del turismo (il primo maggio è sempre stato sinonimo di gite fuori porta e gastroturismo, oltre al classico concertone romano).

Con la liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi, varata in piena crisi economica nel 2011, quando l’Italia era sull’orlo del baratro, il governo Monti sperava di rilanciare i consumi e far ripartire l’economia. Da quel momento in poi la Festa del Lavoro e gli altri giorni festivi sono diventati l’ennesima occasione per poter fare shopping o ricevere il pranzo a casa.

Oggi la situazione è diversa e molti si chiedono se la norma possa o debba essere modificata. Siamo nell’economia H24 e nella gig economy, dove orari e diritti poco contano visto che, in diversi casi, i giovani sono considerati “lavoratori indipendenti”, nonostante siano costretti ad accettare le richieste del datore, col rischio, altrimenti, di perdere il lavoro.

I piccoli commercianti (specialmente collegati a Confcommercio) protestano perché la deregolamentazione ha portato alla chiusura di 90 mila piccoli esercizi. Al loro fianco si schierano i sindacati, con in testa la Cgil, sul piede di guerra contro la deregulation. «Tenere i negozi aperti il 25 aprile e il primo maggio – ha dichiarato il segretario della Cgil, Susanna Camusso - sia profondamente sbagliato e non si capisce perché non si possa riconoscere a tutti coloro che non sono i servizi essenziali, di partecipare a iniziative e manifestazioni che rappresentano feste civili importanti, la Liberazione, la Festa del Lavoro e il 2 giugno».

Dello stesso parere Fisascat-Cisl che ribadisce la sua contrarietà all’adozione del decreto “Salva Italia” del 2011, voluto fortemente dal governo Monti. Pierangelo Ranieri, segretario generale Fisascat-Cisl, ha dichiarato: «Quel decreto non ha sortito l’effetto sperato sugli aumenti di fatturato delle imprese, ma ha generalizzato una concorrenza spietata e ampliato le vertenze nel settore del commercio». L’invito dei sindacati è quello dello sciopero, che è già stato colto lo scorso 25 aprile in alcune catene commerciali del Nord e che domani potrebbe ripetersi in diverse regioni da Nord a Sud. Un disegno di legge per cambiare le aperture dei negozi liberalizzate esiste, ma è fermo in Senato senza apparenti vie d’uscita.

Secondo la Federazione Italiana Pubblici Servizi (Fipe) saranno circa 600 mila gli italiani del comparto fuoricasa (ristoranti, bar, stabilimenti balneari e tutto il comparto del turismo) che domani dovranno lavorare. A questi dati la Cgia di Mestre associa i lavoratori i professionisti o i lavoratori che da sempre lavorano le domeniche calcolando un totale di quasi cinque milioni di italiani che domani “onoreranno” la Festa del Lavoro svolgendo la propria mansione come se fosse un giorno qualunque.