Nulla da fare per la web tax italiana. Dopo il clamore suscitato nell’opinione pubblica e negli addetti ai lavori riguardo l’introduzione nella scorsa legge di bilancio di un'imposta del 3% del fatturato, a pochi giorni dalla scadenza dei decreti attuativi, del necessario decreto del Ministero dell'Economia (Mef) nenache l'ombra.

La legge dovrebbe entrare in vigore dal primo gennaio 2019 e prevede un’entrata di 190 milioni di euro per le casse dello stato, ma affida gli ambiti di applicazione dell’imposta al decreto del Mef che deve essere pubblicato entro il 30 aprile.

A causa della mancanza di un governo, il ministero sembra abbia deciso di soprassedere alla possibilità di applicare la norma, in attesa che si crei una linea comune anche in Europa. Infatti, l’argomento web tax sarà uno dei temi principali della prossima riunione dell’Ecofin (Consiglio Economia e Finanza) a Sofia del 27 e 28 aprile.

Nella proposta inserita nella legge di bilancio la web tax dovrebbe colpire le transazioni digitali "relative a prestazioni di servizi elettronici rese nei confronti di società di capitali e di persone, di imprenditori individuali, di artisti e professionisti, nonchè delle stabili organizzazioni di soggetti non residenti, indipendentemente dal luogo di conclusione della transazione". La legge non prevede attuazioni specifiche che devono essere individuate attraverso decreti ad hoc del Ministero dell’Economia entro il 30 aprile 2018.

Il ministero presieduto da Padoan, al momento, non vorrebbe procedere nell’iter legislativo a causa delle numerose problematiche che sono emerse in questi mesi. L’Ufficio parlamentare di bilancio aveva già espresso le sue perplessità sul testo dopo i numerosi cambiamenti effettuati nel passaggio tra Camera e Senato, sottolineando come il testo si sarebbe potuto rivelare un boomerang per le imprese italiane sommando un ulteriore 3% alle già numerose imposte che sono costrette a pagare. Per le multinazionali del web, invece, si tratterebbe solo di una piccola goccia nel mare dei loro guadagni, che le regolarizzerebbe con l’ordinamento italiano permettendogli di mantenere aliquote più vantaggiose in altri paesi membri dell’Unione Europea.

È proprio il diverso trattamento fiscale per i colossi del Web all’interno dell’Europa e nel resto del mondo il vero problema da affrontare. Nell’Ue, che lo scorso marzo ha diramato le sue linee guida l’applicazione di una tassa al 3% sui ricavi, esistono pareri discordanti. Italia, Spagna, Germania, Francia e Regno Unito (i Paesi più colpiti dall’elusione dei giganti del web) si sono schierati a favore della realizzazione di una legge europea che stabilisca una volta per tutte una tassazione univoca. Dall’altra parte, la fazione dei paesi, come Irlanda e Lussemburgo, che hanno applicato tassazioni agevolate ad hoc in favore delle multinazionali, che, in cambio, hanno costruito lì i loro quartier generali europei.

Senza una soluzione comune e con diverse regolamentazioni “fai da te” si rischia una situazione ancor più intricata di quella attuale che andrebbe a penalizzare solo le imprese nazionali e non i giganti del web.

Inoltre, c’è anche da considerare il delicato equilibrio con gli Stati Uniti che non vedono di buon occhio una tassa sulle Web company che colpirebbe principalmente aziende americane.

Si annuncia una situazione estremamente complicata con tempi molto lunghi e in cui la diplomazia giocherà un ruolo fondamentale. Aspettiamoci tanti colpi di scena.