È ormai notizia di qualche settimana fa, quella che annunciava l’arrivo dei dazi per le merci in entrata negli Stati Uniti d’America e in generale una presa di posizione molto nazionalistica e protezionistica per la federazione americana. Quella che Donald Trump ha definito “la più imponente riforma fiscale” non ha tardato a imporsi nei confronti dell’opinione pubblica mondiale, mentre le opinioni sugli impatti che avrà si sono rincorse per tutta la superficie terrestre. 

Le misure più importanti sono quelle che vedono la riduzione dell’imposizione sugli utili d’impresa (che passa dal 35% al 21%) e quelle che incentivano il rimpatrio dall’estero dei capitali. Secondo le stime si attesteranno attorno ai 70 miliardi di dollari gli investimenti che le imprese faranno alla luce della nuova situazione fiscale, che avranno un impatto positivo anche sui lavoratori, i quali percepiranno aumenti salariali e bonus. Da ciò ne deriverà una maggiore competitività del mercato, dunque più export

Interessante è l’opinione di Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione: « L’effetto sul commercio mondiale potrà essere molto significativo e obbligherà le maggiori economie basate sulle esportazioni a reagire (l’Italia è tra queste). Ci sono due strade principali: seguire gli Usa con un vigoroso taglio delle tasse oppure puntare su un forte recupero di produttività. La prima prospettiva per il nostro Paese appare sostanzialmente inattuabile: richiederebbe un iniziale pesante deficit statale, e ciò non è possibile a causa del nostro fardello del debito pubblico. Occorre quindi puntare sulla produttività, peraltro uno dei fattori strutturalmente critici del nostro sistema industriale. Non spetta a noi proporre ipotesi concrete di soluzione, ma è fondamentale lanciare un allarme basato sul realismo, in un momento nel quale prevalgono solo slogan elettorali. Il terremoto in atto al di là dell’Oceano presto produrrà un’onda sismica anche da noi».