Sono tre i dipendenti Ama del centro di raccolta di Mostacciano finiti ai domiciliari nell'ambito dell'operazione condotta da Carabinieri e dagli agenti della Polizia locale su disposizione della Procura di Roma - Direzione distrettuale antimafia - che ha portato a 23 misure cautelari, tra cui 13 arresti domiciliari e 10 obblighi di presentazione all'autorità giudiziaria: tutti sono accusati a vario titolo di traffico illecito di rifiuti, corruzione, furto aggravato e peculato.

Al centro dell’indagine una vera e propria filiera del traffico illecito di rifiuti che partiva dal centro raccolta Ama di Mostacciano e che vedeva coinvolti insieme ai tre dipendenti infedeli anche imprenditori e rom. I tre dipendenti in particolare, come emerso dalle indagini, chiudevano un occhio e in cambio di quello che in gergo chiamavano 'il caffè', ovvero una mazzetta di 30-50 euro, permettevano a piccoli imprenditori di scaricare all'interno dell'area rifiuti speciali, tra cui scarti di edilizia. Poi subentravano i rom e in particolare la famiglia dei Seidovic che a loro volta prelevavano invece rifiuti elettrici e metallici, li bruciavano nei campi nomadi per estrarre i metalli e poi rivenderli in altri centri di raccolta gestiti da privati, tra cui quello di Cisterna di Latina e la Ferrauto di Fiumicino. 

Un sistema in cui a guadagnarci erano tutti: solo la famiglia Seidovic in poco più di un anno ha realizzato profitti per 52mila euro rivendendo i metalli e materiali speciali fra cui anche batterie delle auto. A rimetterci era invece innanzitutto l'ambiente e la salute dei cittadini. A far scoprire il traffico hanno contribuito infatti anche gli esposti di alcuni comitati di quartieri che segnalavano strani movimenti nei centri di raccolta. Per le ditte invece il guadagno consisteva nell'abbattimento dei costi attraverso lo smaltimento illecito di rifiuti speciali.