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Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli, docenti di criminologia all’Universitá Bicocca di Milano, incrociando per la Rivista italiana di diritto penale uno studio sugli omicidi nel mondo hanno dimostrato come agli alti tassi di incarcerazione e al livello di severità delle pene (che siano ergastoli o pene di morte) non corrispondano riduzioni nel numero di omicidi, che anzi a volte aumentano. 

Lo studio è stato ripreso da Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera che, commentando i dati, ha sottolineato come, ad esempio, sebbene gli Stati Uniti e il Canada abbiano tassi di omicidi molto diversi, questi “aumentano o diminuiscono con andamenti analoghi nei medesimi periodi a riprova dell’inesistente effetto della «tolleranza zero» produttrice negli Usa di tassi di incarcerazione enormemente più alti di quelli canadesi”.

A sostegno della tesi degli accademici italiani c’è senza dubbio il fenomeno “Brasile”. Lo stato sudamericano con i suoi 26,3 delitti per 100.000 abitanti detiene il primato mondiale di omicidi in numero assoluto (53.240 nel 2014) nonostante negli ultimi venticinque anni il numero dei detenuti sia quasi decuplicato (da 90mila a 607mila).

Nel mondo, nell’anno 2012, gli omicidi internazionali sono stati circa 437.000 (maschi autori al 95% e vittime al 79%), ossia 6,2 delitti per 100.000 abitanti. Il Sudafrica e America Centrale però si collocano 4 volte sopra la media mentre Asia orientale e Europa occidentale 5 volte sotto. Insomma, una decrescita della violenza a due velocità.